A proposito di felicità, trovo molto interessante una citazione di Mo Gawdat [1] :
“La felicità è l’assenza di infelicità”.
A incuriosirmi non è tanto la semplicità con cui viene definita la felicità, ovvero dal confronto con il suo opposto, quanto la provocatoria intuizione che questa opposizione suggerisce. Mo sembra dirci che, per sperimentare la felicità, lo stato emotivo che rincorriamo – spesso senza successo – per tutta la vita, basta eliminare l’infelicità.
Sembra controintuitivo concentrarsi su cosa togliere, piuttosto che su cosa aggiungere, per ottenere qualcosa che apparentemente manca. Eppure Mo non è l’unico a pensarla così. Diverse tradizioni spirituali sostengono che la felicità sia uno stato naturale per l’uomo, sempre presente e solo alterabile dalla sofferenza. Quando stiamo male, la sofferenza offusca la felicità rendendola temporaneamente impercettibile, come succede quando una nuvola si posiziona davanti al sole nascondendolo. Quando la nuvola svanisce, la luce torna. Allo stesso modo, secondo queste tradizioni, per trovare la felicità è necessario dissolvere la sofferenza, piuttosto che cercare inutilmente il sole oltre le nuvole.
Le principali filosofie orientali rinforzano questo concetto sostenendo che le cause della sofferenza umana sono principalmente due: il dualismo e l’attaccamento. Due facce di una stessa medaglia secondo cui l’essere umano vive come un Uno separato dal resto (dualismo) alla costante ricerca di soggetti o oggetti esterni capaci di completarlo, a cui si lega (attaccamento) illudendosi di trovare in questi la felicità. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso, nessun legame, così come nessun traguardo, sembra soddisfare la ricerca in modo permanente. Nessun risultato, una volta raggiunto, garantisce il perdurare delle euforiche emozioni che il successo inizialmente sprigiona: gioia, entusiasmo, orgoglio svaniscono rapidamente. L’eccitazione di ogni ultima conquista viene sostituita presto da un senso di non definitiva completezza che risveglia l’insoddisfazione e la necessità di ottenere altro. La ricerca riprende e la felicità rimane inafferrabile.
Nella prospettiva orientale la felicità non esiste fuori da noi. Ciò che cerchiamo fuori da noi assicura piuttosto la condizione opposta, l’infelicità. Un’infelicità che nasce in primo luogo dalla mancanza: implicita nel bisogno di ottenere qualcosa che non ci appartiene, è infatti l’esperienza del “non avere”. Desidero questo o quello perché mi manca, e questo genera in me una sensazione di “scarsità”, che è causa di insoddisfazione e sofferenza. Una sofferenza inconsapevole, che permea tuttavia qualsiasi ambizione o desiderio, alimentando una frustrazione tanto sottile quanto subdola, che mina alla base la possibilità di essere felici.
Per questo motivo, la saggezza orientale suggerisce di spostare la lente verso l’interno e di intraprendere un percorso di introspezione volto a trovare in sé ciò che apparentemente manca. Se ciò che cerchiamo è già dentro di noi, tanto basta a scongiurare l’esperienza del “non avere”, la sensazione di “scarsità” e l’infelicità che ne conseguono.
La ricerca della felicità diventa quindi la ricerca di una maggiore conoscenza di sé, un’esplorazione volta ad aumentare la consapevolezza di chi siamo e di chi ancora possiamo essere. Il monito di Nietzsche [2] – “Diventa ciò che sei” – si riferisce proprio a questo, così come il concetto di – “Individuazione[3]” – di Jung o di – “Autorealizzazione[4]” – di Maslow. Ognuno di questi grandi pensatori riconduce l’esistenza a un percorso di scoperta e di espressione di sé. Realizzarsi pienamente, comprendendo e utilizzando ogni propria risorsa, si rivela la via per il benessere e la soddisfazione piena, per abbandonare la sopravvivenza e abbracciare la vita.
L’individuazione della felicità comporta che il nostro sguardo si sposti da fuori a dentro, senza tuttavia rinnegare, o rinunciare, a ciò che esiste fuori. E’ proprio nel confronto con l’esterno, infatti, che possiamo metterci in gioco, esplorarci e svelarci a noi stessi e agli altri in un processo di incontro, scoperta e crescita continua. Adottando la prospettiva orientale, opposta a quella dualistica, diventiamo un Uno che, almeno in potenza, è già intero e partecipa a un Tutto più grande in virtù delle sue peculiarità. Imparare a conoscersi e a esprimersi coerentemente ci consente di entrare in relazione con noi stessi, e con chi abbiamo intorno, in modo costruttivo e appagante. Sostituire il bisogno di completarsi e prendere dagli altri, con il desiderio di conoscersi e dare agli altri, trasforma la sensazione di “scarsità” – che nasce dal “non avere” – nella sensazione di “abbondanza” – che deriva dall’assunto per cui “possiamo dare solo se possediamo” – e apre la strada verso una soddisfazione più grande e sostenibile. La motivazione sostituisce la frustrazione, e consente di confrontarci con l’esterno da una posizione nuova e privilegiata. Perseguiamo qualunque obiettivo con curiosità, desiderosi non tanto di raggiungere la meta, quanto di approfittare del tragitto per scoprire nuovi aspetti di noi. Dare priorità al processo, piuttosto che al traguardo, ci libera dalle delusioni, ci dà energia e ci orienta verso l’autorealizzazione e, come postulato da Maslow, verso la felicità.
La felicità risulta in questo modo una scelta. Una scelta di cui è necessario farsi carico ogni giorno per riconoscere e sviluppare ogni parte di noi, da quelle più evidenti a quelle più sommesse, ricordandoci che la piena realizzazione di sé avviene quando esprimiamo tutto ciò che siamo.
Per riconoscere e capire come esprimere ogni nostra sfacettatura e potenzialità, le esperienze di vita sono un ottimo alleato, così come i lavori di introspezione, meditazione e ricerca che si possono intraprendere in autonomia o con l’aiuto di professionisti dedicati.
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[1] Mo Gawdat è un imprenditore e autore egiziano, ha ricoperto posizioni importanti in IBM, Microsoft e Google in cui è stato Chief Business Officer di Google X. Tra i suoi best seller più noti ricordiamo “L’equazione della felicità”, “Scary smart” e “Unstressable”, scritto in collaboraizone con Alice Law.
[2] L’esortazione di Nietzsche “Diventa ciò che sei” riprende un’ode di Pindaro e invita l’individuo alla ricerca e realizzazione creativa della sua indole, sperimentado e stimolando concretamente un continuo cambiamento che, passo dopo passo, porti alla costruzione di sé.
[3] Secondo Jung l’Individuazione è il processo di integrazione di tutte le proprie parti e rappresenta il fine ultimo dell’esistenza umana.
[4] Secondo Maslow, l’Autorealizzazione è la propensione umana a riconoscere, sviluppare e esprimere tutte le proprie potenzialità e raggiungere così la piena soddisfazione.