Senza accorgerci, stiamo rinunciando a uno degli elementi più preziosi per il nostro benessere: l’attenzione.
Il sovrapporsi incessante di stimoli esterni, ci strattona in mille direzioni, confondendoci e affaticandoci. Riprendere il controllo di ciò a cui diamo attenzione, rivolgendola in primo luogo verso noi stessi – verso ciò che sentiamo, pensiamo e agiamo – aiuta a capirci, a riconoscere i valori e i bisogni che ci appartanegono, e a scegliere consapevolmentte ciò che ci nutre, rispetto a ciò che ci intossica.
Come ricorda Daniel Goleman [1], l’attenzione è alla base della consapevolezza personale, e correla positivamente con l’Intelligenza Emotiva. Orientare consapevolmente il nostro interesse è fondamentale per regolare il nostro stato d’animo, evitando di diventare vittime di sollecitazioni esterne spesso dannose e fuori controllo.
In questo articolo evidenziamo l’importanza dell’attenzione, ne analizziamo le diverse tipologie, l’impatto su consapevolezza, ottimismo e empatia; oltre a suggerire qualche accorgimento per potenziarla e orientarla volontariamente.
La neuroscienziata Mary Helen Immordino-Yang [2] distingue due tipi di attenzione:
Per la scienziata, questi due tipi di attenzione sono gestiti da aree del cervello distinte, che risultano anticorrelate: quando una funziona, l’altra è spenta. Per stare bene e agire al meglio, è importante bilanciare le due attivazioni, alternando momenti in cui ci concentriamo su ciò che succede fuori da noi, ad altri di introspezione, in cui sono i nostri pensieri e sentimenti a diventare il centro del nostro interesse.
Dare eccessiva attenzione all’insistente flusso di informazioni e immagini esterne rischia di portare all’atrofia la riflessione interiore, che è alla base della nostra consapevolezza e della nostra crescita.
Goleman suggerisce di considerare l’attenzione, e in particolare la capacità di orientarla, come un “muscolo”, allenabile per migliorare il proprio benessere e la propria intelligenza emotiva.
A differenza di Immordino-Yang, Goleman individua tre tipi di attenzione:
Ognuna è in grado di condizionare in modo significativo competenze emotive importanti, come la consapevolezza, l’ottimismo e l’empatia. E ognuna può essere volontariamente orientata affinché le nostre “soft skills” funzionino al meglio, sostenendo la nostra efficacia e soddisfazione.
Per capirci dobbiamo osservarci. Pensiamo di conoscerci, ma osservare – con attenzione – come ci muoviamo nel mondo, può rivelare aspetti di noi di cui non siamo coscienti.
Gran parte delle attività quotidiane scorrono in modo automatico. La ripetizione di esperienze e situazioni insegna alla mente a rispondere agli stimoli senza bisogno di eccessiva riflessione, aiutandoci a risparmiare energia e a velocizzare i processi. Davanti a situazioni nuove o complesse, tuttavia, la riproduzione automatica di modalità apprese in passato non sempre garantisce la migliore riuscita.
Per rispondere in modo consapevole, è necessario usare “attenzione”, mettendo a fuoco in particolare emozioni e pensieri. Interrogarsi sul significato di quello che proviamo, e sulla correttezza dei ragionamenti che facciamo a proposito, è il primo passo per scegliere intenzionalmente le nostre azioni, invece che ripetere passivamente vecchie abitudini.
Quali comportamenti adottiamo in situazioni difficili? Proviamo a ignorarle, evitando di pensarci, o prendiamo in mano la situazione per risolvere il problema? Puntiamo il dito, giudicando noi stessi, o chi abbiamo intorno, o preferiamo lamentarci sperando che qualcuno corra in nostro aiuto? Tutti abbiamo modalità preferite con cui rispondere a ciò che ci mette alla prova. Senza accorgerci, tendiamo a utilizzarle indistintamente qualunque sia la causa del disagio, precludendoci la possibilità di scegliere modalità alternative, spesso più appropriate e efficaci.
Imparare a direzionare consapevolmente l’attenzione risulta indispensabile per dare senso a ciò che proviamo, a come interpretiamo il mondo, e ai comportamenti con cui lo abitiamo. Ascoltarci e osservarci aiuta a capirci, a migliorarci e a crescere.
L’ottimismo, innato per alcuni, per altri può essere appreso ed esercitato volontariamente.
Davanti a una situazione complicata sperimentiamo emozioni diverse. A fronte di quelle più scontate e spiacevoli, è possibile individuare altre emozioni che ci danno forza e energia. Per trovare queste ultime, tuttavia, è necessario uno sforzo con cui distogliere la nostra attenzione dai pensieri gravosi, e orientarla verso considerazioni in grado rischiarare il nostro cielo. Vediamo come.
In primo luogo è importante limitare l’impatto dell’evento scatenante, circoscrivendone la portata. Qualunque questa sia, riguarda probabilmente solo un ambito della nostra vita (famiglia, amore, amicizia, lavoro, salute…): definirne i confini con chiarezza, e dare attenzione anche a ciò che esiste fuori, riduce lo sconforto, e restituisce motivazione.
E’ utile poi ricordarsi che tutto passa: qualunque sia la causa del disagio, prima o poi terminerà. Se pensiamo a situazioni passate che ci hanno fatto disperare, ci accorgiamo che quelle emozioni, per quanto insuperabili sembrassero, nel tempo sono svanite. Succederà anche questa volta! Dirigere l’attenzione alla transitorietà dei sentimenti, aiuta a guardare avanti con maggiore serenità e fiducia.
Per finire, è importante accorgersi che non siamo impotenti davanti a ciò che accade. Se invece che focalizzarci sul problema, alimentando le preoccupazioni, spostiamo l’attenzione alle azioni con cui affrontarlo, sostituiamo la frustrazione con la curiosità, e la speranza e il coraggio. Come mi piace ricordare:
“Ciò a cui diamo attenzione cresce!”
Considerare un evento spiacevole concentrandosi esclusivamente sui problemi e sui disagi, ne amplifica l’effetto. Adottare un atteggiamento alternativo, al contrario, che dà attenzione a ciò che ne limita l’impatto, può farci tornare il sorriso, e la capacità di rispondere e andare oltre.
L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro: capire quello che sente e quello che pensa per interagire in modo comprensivo e accogliente.
Come l’ottimismo, anche l’empatia può essere appresa. Condizione prima per sviluppare empatia è l’attenzione. Comprendere sentimenti e pensieri di chi abbiamo accanto richiede intenzionalità e impegno, da dedicare, in modo esclusivo, all’ascolto e all’osservazione dell’altro.
L’ attenzione “attiva”, volontaria e completamente concentrata, è necessaria non solo in fase percettiva, quando ascoltiamo o osserviamo un’altra persona, ma anche quando utilizziamo ciò che abbiamo compreso per rispondere consapevolmente. Proprio come stessimo eseguendo le sequenze di una danza: perché risulti armoniosa, dobbiamo dare attenzione sia all’altro che a noi stessi. Solo una doppia dose di attenzione riesce a costruire connessioni profonde, e relazioni autentiche.
In un ambiente ricco di sollecitazioni, orientare intenzionalmente l’attenzione è difficile. Esistono tuttavia strumenti e pratiche grazie ai quali è possibile allenare e migliorare il controllo dell’attenzione, sia in termini di focus (dove rivolgiamo il nostro interesse), che di durata (per quanto tempo manteniamo il focus).
Respirazione, meditazione e mindfulness, sono sicuramente alcune tra le tecniche più note e efficaci. La mindfulness, in particolare, che rimanda alla consapevolezza e alla presenza mentale, risulta più specifica per sviluppare e potenziare il controllo dell’attenzione. Il suo esercizio insegna a riportare la mente al “qui e ora”, spostando l’attenzione su ciò che viviamo, piuttosto che lasciarla perdersi in pensieri che ci disconnettono dall’esperienza reale, il più delle volte a nostro svantaggio.
Un corso di mindfulness ben fatto, tuttavia, richiede un investimento di volontà, tempo e finanze che non sempre ci si sente pronti ad affrontare, soprattutto se non siamo certi dei benefici che ne trarremo. In questi casi, per motivarsi, è utile riconoscere quanta parte della nostra vita gestiamo con il pilota automatico, e quanto potrebbe esserci utile disinnescarlo e riprendere il timone.
Capire quanto siamo intenzionali, o quanto deleghiamo inconsapevolmente alle abitudini la guida delle nostre vite, richiede attenzione. Cosa succede quando proviamo a modificare i nostri comportamenti abituali?
Prendiamo in considerazioni piccole cose, come variare la stazione radio che ascoltiamo ogni giorno; la strada che percorriamo per andare a scuola o al lavoro; il posto che occupiamo a tavola; o il luogo dove appoggiamo le chiavi quando rientriamo a casa. Cosa comporta cercare e scegliere un’alternativa? Come ci fa sentire? Per quanto minime queste variazioni possano essere, è facile notare un piccolo disagio.
Ogni nuova decisione, così come ogni cambiamento, implica un certo grado di stress, proporzionale all’importanza che ha per noi ciò che intendiamo modificare. Le abitudini ci proteggono da questi disagi. Se decidiamo di cambiare, tuttavia, una volta individuata l’alternativa convincente, il fastidio iniziale tende a sparire, lasciando spazio alla sorpresa di scoprire strade nuove, altrettanto percorribili, e spesso migliori.
Trovare soluzioni diverse rispetto alle abitudini consolidate, è di per sé motivo di soddisfazione: oltre a farci sentire capaci e ottimisti, stimola la curiosità, incoraggia la sperimentazione e sostiene la felicità. Uno studio dell’università di Harvard [3], ha infatti collegato l’abitudine di “fare le cose senza pensarci” a minori livelli di felicità. Anche la scienza sembra confermare che la presenza mentale migliori, non solo consapevolezza, empatia, e ottimismo, ma anche felicità e benessere.
L’attenzione è lo strumento con cui possiamo plasmare il modo in cui viviamo. Dirigerla con intenzionalità significa decidere per noi stessi, darci priorità, coltivare la consapevolezza, rafforzare l’ottimismo e nutrire l’empatia e le relazioni.
Allenare l’attenzione non richiede grandi sforzi. Oltre a tecniche specifiche, anche la ripetizione volontaria di piccole accortezze può aiutarci, come fermarsi a respirare dopo una sensazione intensa, osservare i propri pensieri, o rispondere riflettendo, invece che reagendo spinti esclusivamente dall’emozione.
La qualità della nostra vita dipende dalla qualità di ciò a cui diamo attenzione.
Possiamo scegliere. Facciamoci caso!
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[1] Daniel Goleman (1946 – Stockton, California) è professore, giornalista e scrittore statunitense, famoso in tutto il mondo per il suo lavoro sull’Intelligenza Emotiva, per il quale ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui due nomination al premio Pulitzer.
[2] Mary Helen Immordino-Yang è una psicologa e neuroscienziata nota per il suo lavoro sullo sviluppo socio-emotivo e sull’educazione. È professore all’University of Southern California (USC) e direttrice del Center for Affective Neuroscience, Development, Learning and Education (CANDLE).
[3] “A wondering mind is an unhappy mind” / Science – di Matthew A. Killingsworth e Daniel T. Gilbert (Harvard, 2010)