Per informazioni richiedi un colloquio gratuito on line

BLOG

COME TRASFORMARE LO STRESS IN ENERGIA

 

Negli ultimi anni lo stress è diventato una presenza costante nelle nostre vite. Già da piccolissimi, anche bambini di 7-8 anni vengono etichettati come “stressati” e fatti seguire da professionisti per imparare a gestire le difficoltà.

Crescendo, la situazione non migliora: in famiglia, nelle amicizie, sul lavoro lo stress sembra diventato la “baselinedel nostro comune sentire, una normalità fatta di tensione, affaticamento e nervosismo.


Uno studio della Yale University [1] evidenzia come, nei contesti lavorativi in particolare, lo stress risulti lo stato emotivo prevalente, seguito da frustrazione e senso di sopraffazione.


Il dato è di per sé allarmante, ma è importante fare una precisazione. Lo stress non è una questione di carico, ma di percezione. Non dipende tanto da ciò che accade, quanto da come lo interpretiamo. È la nostra lettura della realtà a essere preoccupante o stimolante, non la realtà stessa.


Diventa importante quindi imparare a riconoscere lo stress, comprenderlo e – se possibile – trasformarlo a nostro vantaggio.
 

EUSTRESS E DISTRESS, LE DUE FACCE DELLO STRESS

Siamo abituati a considerare lo stress come qualcosa di negativo. In realtà non sempre è così. Esiste uno stress che ci attiva, ci rende più presenti, più concentrati, più performanti. È l’eustress, quello stato che sperimentiamo quando siamo di fronte a una sfida che percepiamo impegnativa, ma superabile.


Immaginiamo di dover fare una presentazione importante. Il cuore accelera, l’attenzione si focalizza, avvertiamo una certa inquietudine. Insieme a questa, tuttavia, c’è anche energia. Siamo accesi, “attivati”!

Questo stato, se gestito, ci spinge a dare il meglio.

Il problema nasce quando questa attivazione diventa continua. Quando la pressione non ha interruzioni, e non consente alcun recupero, lo stress cambia natura e diventa distress.

In questa condizione, non ci sentiamo stimolati ma sopraffatti. L’energia si trasforma in fatica, la concentrazione in confusione, la spinta all’azione in blocco.

È quello che accade, per esempio, quando le richieste superano costantemente le risorse: troppe scadenze, poco controllo, nessuno spazio per recuperare. All’inizio stringiamo i denti, resistiamo, poi iniziamo a perdere lucidità, anche ciò che prima ci riusciva bene diventa faticoso. Subentrano frustrazione, demotivazione e il rendimento precipita.

Non è cambiata la nostra capacità. È cambiato lo stato da cui proviamo a esprimerla.


IL PUNTO DI STRESS OTTIMALE: DOVE NASCE LA PERFORMANCE

Questa dinamica è ben rappresentata dalla curva di Yerkes – Dodson [2]:

“All’aumentare dello stress, la performance migliora …ma solo fino a un certo punto”.

 

 

Esiste una zona ottimale in cui la sfida è sufficientemente alta da motivarci, ma non così alta da schiacciarci. È lì che sperimentiamo la “peak performance, il punto più alto della nostra efficacia.


Pensate a una situazione in cui vi siete sentiti capaci e performanti. Probabilmente non eravate completamente rilassati, ma nemmeno in ansia. Eravate coinvolti, concentrati, determinati. Eravate nella zona dell’eustress, dove la tensione diventa benzina.


Quando le richieste iniziano a eccedere le risorse a disposizione
, tuttavia, gradualmente perdiamo carica, focus, oltre all’idea di poter gestire ciò che succede. Nel momento in cui questo accade, la curva si inverte.

Aumentiamo lo sforzo, ma i risultati peggiorano. Ci impegniamo di più, ma rendiamo meno. Questo, nel tempo, consuma energia fino ad esaurirla. Sperimentiamo così lo stato di “burnout”: mente, cuore, fisico vanno in tilt, ci sentiamo sfiniti, distaccati, inefficienti.


COME GESTIRE LO STRESS IN MODO EFFICACE

Lo stress di per sé non deve spaventarci, non è qualcosa da combattere, ma da gestire e orientare. Se impariamo a farlo, il distress può tornare a essere eustress.


Secondo i principali esponenti dell’intelligenza emotiva (Goleman, Brackett, Freedman), questa possibilità risiede nella capacità di riconoscere ciò che proviamo e di utilizzare la consapevolezza e l’energia che ci porta a nostro favore, per raggiungere i nostri obiettivi.


Troppo spesso reagiamo allo stress in modo automatico, senza fermarci a osservare o a riflettere su cosa stiamo vivendo. Questa immediatezza elimina la capacità di indirizzare l’esperienza, rendendoci attori passivi alla mercé delle emozioni.


Rispondere in modo impulsivo agli eventi, non fa altro che amplificarli.


Se
al contrario, rallentiamo e riflettiamo – provando a capire e regolare ciò che sentiamo invece che subirlopossiamo dare letture diverse alla situazione, e trasformare in motivazione ciò che diversamente ci ostacolerebbe.

 

Riprendiamo l’esempio della presentazione.

Due persone, una stessa sfida.
La prima pensa: “Non sono abbastanza preparato”. Si scoraggia e si blocca.
La seconda: “È un’opportunità elettrizzante”. Si motiva e si accende!

La situazione è identica. L’esperienza emotiva no.


Concederci il tempo di riflettere
, oltre a ridurre l’intensità emotiva dell’esperienza, permette di scegliere la risposta da dare, aumentando così le nostre possibilità di successo.


Come suggerisce Viktor Frankl [2]:


“È in questo spazio — tra stimolo e risposta — che si gioca la differenza,
che trova posto la libertà e la nostra crescita”.


MI ANESTETIZZO O… PROVO A LAVORARCI?

Quando siamo sotto stress, tendiamo a cercare soluzioni rapide e poco faticose: distrazioni, compensazioni, anestesie. Questo purtroppo, anche se nell’immediato sembra funzionare, nel lungo peggiora la situazione: i problemi non vengono risolti e, spesso, se ne aggiungono altri.


È il caso delle dipendenze:
ricorriamo a sostanze capaci di silenziare velocemente il disagio (alcol, cibo, droga, pornografia…) e, piano piano, ne diventiamo “schiavi”.


Le soluzioni efficaci
, al contrario, richiedono tempo e impegno, soprattutto all’inizio. Agiscono su più livelli fisico, fisiologico, mentale e comportamentale – e aiutano a stare meglio in modo progressivo e durevole.

 
STRATEGIE PRATICHE PER TRASFORMARE LO STRESS

Tra le accortezze che aiutano a regolare lo stress – utilizzando al meglio consapevolezza e energia – una delle più immediate e efficaci interpella il fisico e le sue attivazioni. Si tratta della respirazione.

Il modo in cui respiriamo invia segnali precisi al sistema nervoso. Un respiro rapido e superficiale, come quello che sperimentiamo quando siamo spaventati o arrabbiati, manda al cervello un segnale di pericolo. Al contrario, se rallentiamo e rendiamo il respiro più profondo, trasmettiamo sicurezza e attiviamo, in pochi istanti, uno stato di calma.

È un meccanismo potente, che si manifesta in modo naturale, ma che – all’occorrenza – può essere guidato: non devo sentirmi calmo per respirare lentamente, ma posso respirare lentamente per ritrovare calma e controllo.

 

Daniel Siegel [3] ci suggerisce un’alternativa mentale, che utilizza il linguaggio: il “Name it, to tame it”, dare un nome a un’emozione per “domarla”.

Quando proviamo a dare un nome a ciò che proviamo, spostiamo l’attivazione dalla sfera emotiva a quella cognitiva. Questo consente di diminuire l’intensità dell’esperienza, riporta chiarezza e riabilita la capacità di analizzare razionalmente la situazione, e scegliere con consapevolezza come rispondere.


Una terza soluzione, in momenti di forte pressione e affaticamento, agisce sul comportamento, e utilizza una strategia tanto banale quanto efficace: lapausa pianificata”.

Lo stress diventa dannoso quando è continuo. Senza momenti di recupero, anche uno stimolo potenzialmente positivo può trasformarsi in sovraccarico. Inserire piccoli break intenzionali durante la giornata non è una perdita di tempo, ma un investimento sulla qualità di quello che facciamo.

Non servono pause lunghe, bastano pochi minuti, bilanciati rispetto al tipo di occupazione e alla sua durata [5]. Per le attività di studio o di analisi, per esempio, questa alternanza è tra le più efficaci:

  • 5–10 min pausa → ogni 25–50 min di lavoro
  • 20–30 min pausa → ogni 2–3 cicli di lavoro
  • 60 min pausa → 1 volta al giorno


STRESS E RELAZIONI, IL CONTAGIO EMOTIVO

Un aspetto spesso sottovalutato dello stress riguarda l’impatto che può avere sugli altri.

Le emozioni si trasmettono da persona a persona rapidamente e senza che ce ne accorgiamo. È importante, tuttavia, esserne consapevoli soprattutto nel caso in cui si ricoprano ruoli di responsabilità o di “leadership”.


Le ricerche mostrano, infatti, come il quoziente emotivo di chi guida un gruppo influenzi direttamente e in modo prioritario il clima emotivo, la motivazione e la performance dei suoi membri.


Un leader che gestisce bene le proprie emozioni crea stabilità, fiducia, chiarezza.
Uno che non lo fa amplifica tensione, incertezza e disconnessione.


Qualunque sia il contesto, l’intelligenza emotiva del leader riesce a contenere o acuire lo stress percepito dal gruppo, influenzando – in modo diretto e significativo – risultati e soddisfazione.


In generale, al di là dei ruoli, più siamo in grado di gestire lo stress, più aiutiamo anche chi abbiamo intorno, favorendo un clima relazionale più sicuro e collaborativo.


IN CONCLUSIONE

Lo stress non è un nemico. È una forma di energia.

Può spingere a crescere, o portare all’esaurimento.
Dipende da come lo si percepisce, e da come lo si gestisce.


Essere consapevoli del proprio stato
emotivo, imparare a regolarlo e creare spazi di recupero volontari non è solo una strategia di benessere. È una competenza chiave per lavorare meglio, produrre meglio e stare meglio, con sé stessi e con gli altri.


Non possiamo scegliere le sfide che incontriamo. Ma possiamo scegliere come affrontarle. Lo stressse lo ascoltiamo – non chiede di fermarci, ma di evolvere.


Se ti interessa approfondire questa tematica, comprendere quali sono le informazioni e come trasformare l’energia associata ad uno stato di stress, puoi prenotare un colloquio informativo cliccando qui

Share the Post:
3 1 voto
Article Rating
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate

[1] Lo studio venne svolto nel 2019 dal Centro per l’Intelligenza Emotiva di Yale su oltre 15.000 lavoratori per capire il clima emotivo dell’ambiente di lavoro, e riconfermato in tempi più recenti da aggiornamenti e studi successivi coerenti con le evidenze originali.

[2] La curva di Yerkes e Dodson (1908) spiega che la prestazione migliora con l’aumento dell’attivazione psico-fisica (arousal), ma solo fino a un certo punto; superato questo livello ottimale, un ulteriore aumento di stress causa un calo della performance.

 [3] Viktor Frankl (1905-1997) è stato un neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, fondatore della logoterapia e sopravvissuto all’Olocausto.

[4] Daniel J. Siegel è un rinomato psichiatra, neuroscienziato e docente statunitense presso la UCLA School of Medicine. Autore di fama mondiale, è noto per aver sviluppato la neurobiologia interpersonale, che integra mente, cervello e relazioni, e per il suo lavoro sulla mindfulness e sulla integrazione cerebrale. 

[5] L’APA (American Psychological Association) sostiene che i “micro-breaks” migliorano benessere e performance, e raccomanda pause regolari per sostenere l’attenzione.