Per informazioni richiedi un colloquio gratuito on line

BLOG

LA SERENITÀ OLTRE LA SOFFERENZA: I 5 KLESHA

 

Ultimamente diversi articoli, podcast e discussioni mi hanno ricordato la citazione di Mo Gawdat [1] con cui ho inaugurato questo blog:

“La felicità è l’assenza di infelicità”.

 
In questi approfondimenti, così come nella mia pratica, ho notato con sorpresa come il termine felicità venga sempre più spesso affiancato, se non sostituito, dal termine serenità.

Nella nostra società, lo stress e la fatica sono così dilaganti e totalizzanti, che uno stato pacifico e stabile sembra ormai preferibile alla più inebriante, ma volatile, felicità.

Serenity is the new black!” sentenzierebbero i modaioli.

 

Per trovare spunti e tecniche con cui coltivare questo stato calmo, trovo molto utile fare riferimento ai principi cardine delle scuole di pensiero orientali, concentrate sulla ricerca dell’equilibrio e dell’armonia interiore.

 

La filosofia dello yoga, per esempio, ci ricorda che l’uomo nasce integro e “sereno”. Nel tempo, questa originaria completezza viene dimenticata. Per riconquistarla, ci si trova a rincorrere oggetti, ruoli, identità… che non ci appartengono, non ci bastano, e che non fanno altro che alimentare il senso di mancanza e di precarietà da cui cerchiamo di sfuggire.

Secondo questa visione, la sofferenza non è generata da qualcosa di esterno, nasce dentro di noi. Dall’illusione di poterci completare, raggiungendo, rifiutando o controllando situazioni ed eventi che con l’autentica pienezza non hanno nulla a che fare.


Negli Yoga Sutra, Patanjali [2] descrive con precisione queste dinamiche, utilizzando il concetto dei cinque Klesha.

I Klesha sono gli atteggiamenti che, distorcendo la realtà, ci separano dall’esperienza dell’Unità, con noi stessi e con l’Universo. L’ingannevole dualismo che ne deriva alimenta l’illusione e la sofferenza.


I CINQUE KLESHA, COSA SONO E COME AGISCONO

Klesha è una parola sanscrita che indica afflizione, veleno, tormento. Ciò che sperimentiamo quando i Klesha alterano la percezione della realtà condiziona il modo in cui interagiamo con essa, diminuendo la nostra soddisfazione e allontandoci dallo stato di pace e felicità naturali.


I Klesha sono 5, legati tra loro da uno specifico ordine: ognuno nasce dal precedente.


Il primo Klesha, all’origine di tutti, si chiama Avidya: ignoranza, e si riferisce a una comprensione alterata della realtà. Si manifesta quando scambiamo ciò che siamo con qualcosa di temporaneo (un risultato, un riconoscimento, l’approvazione di qualcuno, un ruolo, un ideale…), portandoci a sperimentare un senso d’insicurezza e di caducità.


Dal primo Klesha nasce il secondo: Asmita, l’Ego: una falsa identificazione. Tendiamo a identificarci con il corpo, le emozioni, il pensiero, le azioni… dimenticandoci che questi sono elementi dell’esperienza che viviamo, non la nostra essenza.

Secondo lo yoga, ciò che cambia non può essere il Sé autentico. L’unica identificazione che ci libera dalla sofferenza è quella con ciò che è immutabile: ciò che osserva l’esperienza, la nostra coscienza.


Dall’Ego nascono
i tre Klesha successivi.

Rāga è l’attaccamento: il desiderio di ripetere ciò che ci fa stare bene. Quando qualcosa ci piace, desideriamo trattenerla. Se questo bisogno diventa condizione della nostra serenità, emerge Rāga.

Dvesha è l’avversione, il rifiuto di ciò che ci disturba: l’instabilità, l’insuccesso, la noia, l’umiliazione. Si manifesta come rabbia, gelosia, tensione quando pensiamo che le cose dovrebbero essere diverse da come sono.

L’ultimo Klesha è Abhinivesha: la paura. In forma atavica, Abhinivesha è la paura della morte. Nella vita quotidiana, lo rintracciamo in molteplici situazioni: la paura di non essere abbastanza, di non farcela, del cambiamento, dell’imprevisto.


I Klesha riguardano ogni essere umano e, con intensità e circostanze differenti, ogni aspetto dell’esistenza. Per chiarire in che modo impattano sulla nostra vita, proviamo a fare un esempio.


Riceviamo una critica sul lavoro. Se siamo identificati con il nostro ruolo professionale (Asmita), un’osservazione di questo tipo può essere vissuta come una minaccia alla nostra identità. Da qui possono emergere avversione (Dvesha), attaccamento alla nostra immagine (Rāga) o paura di non essere abbastanza (Abhinivesha).


I sentimenti che accompagnano queste esperienze
, legati alla nostra interpretazione delle stesse, minano la pace interiore, generando stress e sofferenza.


LA CONSAPEVOLEZZA COME ANTIDOTO ALLA SOFFERENZA

Come il Buddismo ci insegna: la sofferenza fa parte dell’esperienza umana. Non è possibile eliminarla, serve superarla. Esserne consapevoli è il primo passo per poterlo fare, trasformando la difficoltà in opportunità di crescita.


Il dolore,
se compreso nelle sue ragioni, ci stimola ad andare oltre. I Klesha sono queste ragioni. Non vanno eliminati, ma riconosciuti.


Imparare a riconoscere i nostri Klesha
, quelli con cui ci confrontiamo più frequentemente:

  • l’Ego di quando ci relazioniamo a ciò che siamo stati, o a ciò che vorremmo essere
  • l’attaccamento a uno specifico traguardo, ruolo, risultato
  • l’avversione a certe esperienze, situazioni, condizioni
  • la paura di non riuscire, di non sapere, o di non essere abbastanza…

è, già di per sé, trasformativo.


Quando ci sentiamo disturbati, spaventati, arrabbiati – invece che alimentare questi sentimenti con giudizi, lamenti, overthinking – dovremmo fermarci e chiederci:


“Quale Klesha sta emergendo in questo momento?”


Questa semplice attenzione è in grado di attenuare l’entità di quello che sperimentiamo, oltre a offrirci informazioni importanti per capirlo e gestirlo, invece che – come spesso succede – subirlo.


CONCLUSIONE

Comprendere i Klesha non significa eliminare la sofferenza, ma riconoscere i meccanismi interiori che la generano.

Smettere di credere automaticamente ai pensieri che ci attraversano, e osservare con più lucidità attaccamenti, avversioni e paure, ci consente di cambiare prospettiva e di stare meglio.


Non soffriamo per ciò che accade. Soffriamo per il modo in cui lo interpretiamo
.


Quando facciamo nostro questo concetto, le esperienze rimangono le stesse, ma l’atteggiamento e le modalità con cui le attraversiamo diventano più lievi.


La serenità
non è uno stato da raggiungere, ma da riscoprire. Non nasce dall’assenza di difficoltà, ma dalla capacità di vedere con più chiarezza ciò che accade dentro di noi.

Il vero cambiamento comincia quando, di fronte al dolore, abbassiamo il dito e ci domandiamo, con curiosità e onestà:

“Quale Klesha sta agendo?”


Per proseguire, dobbiamo fermarci e ascoltare, con coraggio e rispetto, la nostra risposta.

 

Se ti interessa approfondire i Klesha, comprendere quali agiscono più frequentemente nella tua vita, e come agire per superarli, puoi prenotare un colloquio informativo cliccando qui

Share the Post:
2 1 voto
Article Rating
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate

[1] Mo Gawdat è un imprenditore e autore egiziano, ha ricoperto posizioni importanti in IBM, Microsoft e Google in cui è stato Chief Business Officer di Google X. Tra i suoi best seller più noti ricordiamo “L’equazione della felicità”, “Scary smart” e “Unstressable”, scritto in collaborazione con Alice Law.

[2] Patañjali è una figura centrale nella filosofia indiana e nella tradizione yoga, spesso considerato il padre dello yoga classico. Nonostante la sua vita sia avvolta nel mito, il suo contributo intellettuale è fondamentale. E’ autore degli Yoga Sūtra, un testo fondamentale composto, secondo gli studiosi, tra il II e il V secolo d.C.