Alla base del mio lavoro c’è la profonda convinzione che ogni essere umano porti in sé un’unicità preziosa, che merita di essere riconosciuta e realizzata pienamente.
Molto spesso l’ambiente in cui cresciamo, le circostanze che viviamo, o le aspettative di chi abbiamo intorno, inducono a conformarci a modelli che tendono ad annullare, piuttosto che a evidenziare, le particolarità individuali. Impariamo a guardarci, non in cerca di qualcosa di speciale, ma per verificare l’aderenza a canoni che livellano le differenze, e definiscono in modo inappellabile ciò che è giusto, e ciò che è sbagliato.
Ma l’essere umano non è giusto o sbagliato. E’ multiforme, sfaccettato, e in continuo mutamento. Ciò che manca oggi potrebbe esserci domani, e ciò che oggi è presente e distintivo, potrebbe trasformarsi o sparire completamente.
Sostituire il giudizio con la curiosità, e osservarci cercando il “bello” che è in noi, aiuta a coltivare non solo l’autoconsapevolezza, ma la sorpresa, la meraviglia e l’orgoglio. Diventiamo capaci di apprezzare e esprimere ogni nostra sfumatura, alimentando stima e fiducia, e sostenendo la crescita verso chi realmente siamo.
Questa impostazione trova diversi paralleli nelle culture orientali. Il concetto giapponese di “wabi-sabi”, in particolare, abbraccia e incoraggia convinzioni molto simili. Wabi-sabi, promuovendo l’idea di “perfetta – imperfezione”, valorizza le proprietà uniche delle cose e stimola la ricerca della loro essenza.
In questo articolo approfondiamo la filosofia che ne deriva, evidenziando in particolare i principi utilizzabili nell’esplorazione personale per migliorare l’autoconsapevolezza, riconoscere la propria essenza, e imparare a valorizzarla e a esprimerla armoniosamente.
Il concetto wabi-sabi si rifà al buddismo zen, e ne riprende, facendoli suoi, tre concetti cardine:
Accogliere l’impermanenza, l’imperfezione e l’incompletezza delle cose senza volerne modificare le “mancanze”, ma al contrario riconoscendole come tratti distintivi e qualificanti, pone le basi per un rapporto più trasparente e autentico con la realtà, e con le altre persone. Cosa c’è infatti di più transitorio, approssimato e manchevole dell’essere umano?
In contrasto con gli ideali estetici occidentali di bellezza e perfezione classica, che trovano nella precisione, nella simmetria, e nella finezza le loro caratteristiche distintive, wabi-sabi promuove la semplicità, l’asimmetria e la “ruvidezza” che deriva dal tempo e dall’usura e che, ciò nonostante, o meglio, proprio in virtù di questo, conferisce un “quid” unico agli oggetti. Pensate, per esempio, al fascino che acquisisce un lucchetto ossidato dagli agenti atmosferici, o all’effetto scenografico generato dal muschio diffuso a macchia sulle pietre intorno a un laghetto.
L’estetica wabi-sabi ricerca e rispetta le peculiarità e le trasformazioni che gli oggetti subiscono nel corso della loro vita, non vuole ripararle, ma valorizzarle e prendersene cura, riconoscendone il carattere di eccezionalità. Questo stesso atteggiamento, se utilizzato per rapportarsi a se sessi e agli altri, facilita l’apprezzamento e l’espressione di ogni aspetto della persona, inclusi i tratti più originali e non conformi.
Wabi-sabi nasce dall’unione di due parole distinte che, insieme, acquisiscono un significato nuovo:
L’insieme delle due parole, wabi-sabi, invita ad allontanarsi dall’idea di perfezione assoluta, per celebrare al contrario la ricerca di una bellezza spontanea e sincera, che non ha bisogno di correzioni o abbellimenti, ma di attenzione. Il nostro compito è di occuparci di ciò che le trasformazioni producono, con rispetto e dedizione, e non, come la cultura occidentale tende a suggerire, di ingegnarci per nascondere o mistificare il cambiamento.
Wabi-sabi insegna che quando accettiamo l’imperfezione, ci avviciniamo all’essenza delle cose e riusciamo ad apprezzarne l’unicità, spesso legata proprio alla loro storia e al loro vissuto. Ogni imperfezione porta con sé una mancanza, ma anche un valore. Wabi-sabi pone l’accento sul valore, e incoraggia anche noi a farne il centro della nostra curiosità e ricerca.
Per chiarire il concetto di wabi-sabi sono stati individuati 7 principi cardine:
Equivale all’esclusione di ciò che non è essenziale, allo spazio vuoto – il “Ma” [1] – alla base della conoscenza buddista e taoista
Fondamentale nell’estetica zen, rappresenta l’idea di dare equilibrio attraverso l’irregolarità
Sottolinea la bellezza dell’autenticità, così come l’eleganza della semplicità, che non ha bisogno di essere vistosa per essere notata
Evidenzia la naturalezza, che richiede tuttavia l’intervento dell’uomo, affinché se ne curi e la armonizzi creativamente alla natura circostante
Invita a trovare bellezza in ciò che apparentemente non la rivela, come una “suggestione” che lascia la possibilità di immaginare oltre
Indica una fuga dall’abitudine e dall’ordinario, che suggerisce alla mente la possibilità di esplorare e di meravigliarsi per ciò che non è comune, né convenzionale
Rimanda alla quiete e alla solitudine – non come sensazione negativa di isolamento, ma come piacevolezza di trovarsi soli nella natura – e enfatizza la capacità di trovare pace in mezzo al caos
Quando ci osserviamo, per conoscerci e capirci meglio, i 7 principi wabi-sabi aiutano a definire con maggiore precisione cosa cercare: semplicità, irregolarità, autenticità, armonia, grazia, divergenza, pace. Nessun orpello, artificio, o rarefazione. Solo verità. Se ci poniamo di fronte a noi stessi con questa intenzione, ci accorgiamo che riconoscere e accogliere benevolmente ciò che siamo, al di là delle maschere o delle mistificazioni, oltre a nutrire l’autostima, sostiene e rigenera anche il benessere.
Darci il permesso di vedere e di esprimere la nostra essenza è il primo passo verso una più concreta conoscenza di sé, oltre che verso una migliore relazione, con noi stessi e con gli altri.
Come diceva Goethe:
“La bellezza è negli occhi di chi guarda”.
Il concetto wabi-sabi sembra indicare proprio questo, con un’intenzione che non è tuttavia esclusivamente estetica, ma più generalmente etica. Ci insegna a osservare il mondo in cerca di bellezza e unicità e non di ciò che, non conforme a canoni, modelli o ideali, svilisce e svaluta la nostra immagine. Questo monito ci riguarda, sia nella relazione con l’esterno, che, soprattutto, quando il centro della nostra osservazione siamo noi.
Ricordiamoci sempre, infatti, che: “Troviamo ciò che cerchiamo”.
Osservarsi con uno sguardo curioso, interessato a scoprire ciò che di speciale c’è in noi, aiuta ad individuarlo, spronandoci ad aprirci all’altro per condividere, orgogliosi, ciò che abbiamo scoperto. Diversamente, quando il nostro sguardo diventa giudicante e si concentra su difetti e mancanze, siamo portati a chiuderci e a isolarci, per evitare che anche l’occhio altrui colga inadeguatezze e fragilità.
Applicare la filosofia wabi-sabi all’esplorazione personale, aiuta a vederci per quello che siamo, ma soprattutto insegna ad accoglierlo e a valorizzarlo, spostando la lente dalla mancanza al valore. La diversità diventa condizione imprescindibile dell’unicità e viene, pertanto, ricercata e desiderata.
Siamo spinti a spogliarci del superfluo, che appesantisce e uniforma, per andare più in profondità e rivelare, a noi stessi e al mondo, la nostra peculiare “perfetta-imperfezione”, e in essa la bellezza che ci contraddistingue.
Adottare l’approccio wabi-sabi, ci regala lo sguardo dei bambini, che scrutano il mondo incuriositi e fiduciosi, in costante ricerca di ciò che li delizia e li appaga. Uno sguardo nuovo, limpido, privo di condizionamenti e pregiudizi, capace di cogliere l’essenza di ciò che incontra, e di meravigliarsi – ancora ed ancora – davanti a ogni scoperta e a ogni rivelazione.
Se fatichi ad adottare uno sguardo aperto e curioso, e non riesci a riconoscere le peculiarità che definiscono l’unicità, tua o di chi hai vicino, possiamo provare a farlo insieme in un colloquio informativo in cui approfondire l’applicazione personalizzata del concetto “wabi-sabi
[1] Nella cultura giapponese il “Ma” è un concetto che si riferisce allo spazio, all’intervallo o alla pausa tra due elementi, non come un semplice vuoto, ma come uno spazio attivo e significativo che costituisce e arricchisce l’esperienza.